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Villanova Castiadas è sorta nella seconda metà del XIV secolo.
Il centro, che faceva parte del Giudicato di Cagliari, con la
conquista aragonese venne concessa alla famiglia catalana dei
Quiterano.
Nella saeconda metà dell'800, quando la famiglia si estinse,
passò sotto il controllo dei Carroz.
Dalla fine del 500 fino alla metà dell'800 il centro rimase
disabitato a causa delle frequenti epidemie di peste e malaria.
La zona fu bonificata attraverso l'intervento del Ministero
dell'Interno, che decise di istituirvi una Colonia Penale
Agricola: l'11 agosto 1875, il primo gruppo di 30 detenuti
provenienti dalla Casa Penale di San Bartolomeo di Cagliari,
alla guida del Cavalier Eugenio Cicognani, Ispettore Generale
delle Carceri, sbarcarono nella spiaggia di Cala Sinzias e
stabilirono la prima dimora sulla collina di Praidis, compresa
tra due piccoli corsi d'acqua: Gutturu Frasca e Baccu Sa Figu.
La colonia penale si sviluppò fino a coprire 6.253 ettari, e
divenne la più grande delle colonie penali agricole intermedie
d'Italia.
Circa un anno dopo il primo sbarco la colonia contava circa 300
detenuti e le strutture (chiamate mandre) erano in grado di
ospitarne circa 500. Tra le varie costruzioni, trovarono posto
anche una falegnameria, officine di fabbri e carpentieri ed una
infermeria.
Contemporaneamente a questi lavori si cominciò a tracciare una
fitta rete di strade, ponti, fognature, ed a compiere la
bonifica dove più innanzi sarebbero sorti i dieci distaccamenti
della colonia, ognuno dei quali avrebbe avuto un ruolo ben
preciso nell'economia di un sistema produttivo di tipo
autarchico.
Dai diversi gruppi di lavoro che si spingevano verso le zone più
malsane, alcuni dimoravano in case di legno montate su ruote,
lunghe circa cinque metri e larghe due e mezzo. Queste case
ospitavano ciascuna dieci forzati ed erano dotate di fitte reti
metalliche alla ,finestre per impedire il passaggio delle
zanzare.
I condannati indossavano una giubba rossa. Quando lavoravano
mettevano guanti col solo dito pollice, in testa, un cappuccio
bianco e bleu che, al posto dei fori per gli acchi, aveva cucita
una reticella metallica di un centimetro quadrato. Le durissime
condizioni ambientali condivise peraltro dal personale
carcerario ed amministrativo, non impedirono alla colonia di
espandersi e di trovare un asseto stabile, in qualche periodo
florido.
Vennero così creati dieci distaccamenti (poderi) che coprivano
un esteso territorio e che si dimostrarono capaci non solo di
coprire il fabbisogno dell'intera colonia, ma anche di offrire
alcuni prodotti destinati alla commercializzazione. Il podere
Masone Pradu, con 100 forzati stabili, gestiva più di 250 ettari
coltivati per la gran parte a legumi e cereali. Frumento, avena,
orzo, fave ed erba medica venivano coltivati nel podere Manno,
mentre nel podere San Pietro (40 forzati) si coltivavano gelsi,
ulivi, aranci, mandorli e limoni. Nel podere Mini Mini erano
attive quattro stazioni carbonaie, e dalla parte opposta nel
distaccamento Marina, che stava a ridosso della costa e che
annoverava 50 forzati, erano presenti estesi vigneti che
producevano vini scelti, Vermout e Cognac. I poderi Genn'a
Spina, Bovile ed Orteduso erano stati invece destinati
all'allevamento di bovini, ovini e suini.
La sveglia nei giorni lavorativi avveniva alle 6 del mattino. Il
lavoro sia nei campi all'aperto che nelle officine, si fermava
dalle 12 alle 13 per il pranzo e poi proseguiva sino alle 17.
Alle 18,30 i secondini eseguivano la conta e la chiusura dei
dormitori, ed infine alle 19 veniva ordinato il silenzio.
Le celle, ampie solo pochi metri quadrati, ospitavano quasi
sempre un gran numero di detenuti. Il cibo veniva fatto passare
attraverso piccole aperture poste sul soffitto o sui muri.
Non tutti i forzati subivano lo stesso trattamento. I più
fortunati erano coloro che potevano lavorare nei campi e, tra
questi ancora più privilegiato era colui che prestava la propria
opera alle dipendenze di un libero colono. Quest'ultimo, d'altra
parte, dopo aver ricevuto in Enfiteusi (un particolare tipo di
affitto) la casa e il terreno già bonificato, traeva grande
vantaggio dall'opera del forzato, il quale, tra l'altro ,
spettava solo il cinquanta per cento del salario: le paghe più
alte venivano corrisposte ai capi innestatori (0,55 lire a
giornata nel 1900); quelle più basse ai vendemmiatori e agli
spargitori di concime (0,32 lire a giornata).
Per i meno fortunati, e per i più indisciplinati, la vita
carceraria era ben diversa. Le infrazioni al regolamento
venivano punite in modo medievale, il ritardo nell'obbedire, i
guasti provocati al materiale in consegna, le grida, i canti, il
rifiuto di sottomettersi alle punizioni e i tentativi di
evasione provocavano la segregazione a pane e acqua. I casi di
disobbedienza più gravi venivano puniti con la Cella Oscura a
pane e acqua con ferri o camicia di forza oppure con la cella di
isolamento per sei mesi. Coloro che non resistevano, andavano
invariabilmente verso il suicidio o la pazzia.
Anche le condizioni igieniche e sanitarie non erano delle
migliori; la malaria, la tubercolosi, le febbri tifoidee e le
gastroenteriti causarono, in qualche anno, anche più di
cinquanta decessi.
Un documento dell'epoca redatto dal Ministero della Giustizia
(la Statistica delle Carceri), attesta che su 458 ricoverati in
infermeria (nell'arco di un anno) erano state riscontrate 1227
diverse malattie. Di quei 458 detenuti, così come appare su una
interessante ricerca di Sandro Chiappori, ne morirono ben 51.
Tale situazione provocò notevoli polemiche tra l'opinione
pubblica. Le continue proteste, amplificate dai giornali locali,
portarono una maggiore attenzione da parte dell'autorità e
contribuirono ad un miglioramento delle condizioni di vita dei
carcerati. Col passare degli anni, i fini per il quale la
colonia era stata creata erano stati sostanzialmente raggiunti:
il territorio era stato trasformato e reso vivibile. Con un
Regio Decreto del 1933 si stabilì la cessione dei territori di
Castiadas all'ente Ferrarese di colonizzazione delle terre
incolte.
Ma solo nel 1941 l'organismo entrò in possesso dei primi 1400
ettari di zona boschiva (della quale fece letteralmente
scempio). Nel 1947, l'Ente Ferrarese - divenuto frattanto Ente
Sardo - ottenne un secondo lotto di circa 3000 ettari, che
vennero ugualmente mal amministrati.
All'ente Sardo si sostituì infine l'Ente di Trasformazione
Fondiaria ed Agraria che gestì a lungo un territorio ormai
definitivamente bonificato grazie anche alle campagne
antimalariche che i tecnici della Fondazione Rockefeller
diressero dal 1946 al 1950 in Sardegna.
La Colonia Penale cessò di esistere soltanto nel 1952 con la
nascita dell'E.T.F.A.S. Ente di Trasformazione Fondiaria Agraria
della Sardegna (oggi E.R.S.A.T.).
Nei primi anni 50 l'E.T.F.A.S. cercò di attuare la riforma
agraria e divise Castiadas in sette aziende: l'Annunziata,
Sabadi, Orteduso, Castiadas, San Pietro, Capoferrato e Tuerra
(queste ultime appartenenti rispettivamente a Muravera e San
Vito). Acquistò circa 8.000 Ha e diede vita inizialmente a 405
poderi, scesi a 235 dopo la ristrutturazione degli anni '60, per
arrivare a 216 nel 1968.
A Castiadas, oltre alle sette Aziende, si costruirono nuove
borgate come Olia Speciosa e Annunziata, create come punto di
aggregazione sociale fra gli assegnatari dei poderi, dotate di
centri di servizi, scuole, chiese e circoli ricreativi.
Negli anni '60 arrivarono a Castiadas dei profughi italiani
originari della Tunisia che si stabilirono soprattutto nelle
località di Sabadi, Orteduso e San Pietro, diventando in seguito
assegnatari, avvenimento questo che ha segnato un deciso
cambiamento nei rapporti sociali e culturali della comunità.
Castiadas è oggi un Comune Autonomo. Con L.R. n. 24 dell'11
Marzo 1986 si è costituito in forma autonoma, affrancandosi così
dalle varie amministrazioni dei Comuni madre di Villaputzu, San
Vito e Muravera.
Dopo anni di semi abbandono, il complesso ha recentemente subito
una complessa opera di risanamento: la direzione del carcere, le
vaste prigioni, la caserma degli agenti di custodia, il presidio
militare e gli altri fabbricati compongono ora il Museo delle
carceri di Castiadas. |